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A difesa della seconda traduzione

2 Settembre 2020 gian-tucc 6 min read

A difesa della seconda traduzione

2 Settembre 2020 Neville 6 min read

Chi condanna a priori la seconda traduzione dimentica che essa si è rivelata necessaria e, sotto vari aspetti, migliore della prima. Scopriamo perché.

Che fatica la vita da traduttore

Quando Harry Potter giunse in Italia per la prima volta, la traduzione fu affidata a Marina Astrologo (primi due libri) e Beatrice Masini (per gli altri cinque volumi). Tuttavia, man mano che la Rowling pubblicava i vari capitoli della saga, appariva chiaro che Harry Potter era un’opera tutt’altro che semplice come si credeva, e che quindi anche la traduzione rappresentava un’impresa assai ardua.

Nel 2011, la consapevolezza che nella prima traduzione dall’inglese all’italiano molti elementi erano stati sottovalutati spinse la Salani a impegnarsi in una revisione della traduzione dell’intera saga. In modo da rimediare agli errori della prima traduzione e rendere il testo più fedele all’originale. Il compito è stato affidato a un comitato composto da traduttori, editor ed esperti della saga e guidato da Stefano Bartezzaghi. Nacque così la seconda traduzione di Harry Potter : quella in cui Tassorosso diventa Tassofrasso e la McGranitt diventa la McGonagall, per intenderci. Ma diventò ben presto – e continua a essere – il bersaglio polemico di orde di fan. Infatti sono in molti quelli che proprio non riescono a farsi piacere il fatto che il Platano Picchiatore sia stato ribattezzato “Salice Schiaffeggiante”.

Eppure, al di là dei gusti personali, occorre riconoscere che la seconda traduzione – che si è rivelata necessaria – è, sotto vari aspetti, migliore della prima. Vediamo perché.


Uno dopo l’altro

La traduzione di un libro tocca corde sensibilissime nel cuore e nella mente dei lettori: si tratta di passare da una lingua all’altra rispettandone «suoni e visioni» e mantenendo intatta la suggestione delle parole. In questo senso, la serie di Harry Potter ha comportato scelte editoriali molto delicate.

Serena Daniele

Le parole di Serena Daniele, una delle editor che hanno curato i sette volumi per Salani, evidenziano perfettamente il nocciolo della questione. Ovvero: tradurre un libro, o un’intera saga, è un’impresa colossale, ricca di difficoltà.

E, nel caso di Harry Potter, la difficoltà più grande – come riconosce Stefano Bartezzaghi nella sua Nota alla nuova edizione – risiedeva nel fatto che «quando è stato tradotto il primo mega-capitolo, nessuno aveva letto il secondo mega-capitolo (anzi, nessuno lo aveva ancora scritto!)». I libri di Harry Potter sono stati tradotti a mano a mano che uscivano, uno dopo l’altro, e mentre questo avveniva nessuno, all’infuori della Rowling, conosceva l’evoluzione delle vicende, degli eventi, dei personaggi della storia. In che modo tutto ciò ha avuto a che fare col problema della traduzione?


Sederoni o paciocconi?

Nel tentativo di rispettare l’intento della Rowling di giocare con nomi e cognomi ricercando effetti – anche sonori – suggestivi che fossero vere e proprie spie della personalità dei personaggi, i traduttori si sono impegnati per mantenere le stesse sensazioni evocative in italiano, con i dovuti arrangiamenti dall’inglese. La differenza fondamentale sta nel fatto che la Rowling l’ha fatto tenendo conto di quella che sarebbe stata l’evoluzione di ciascun personaggio (che lei sola poteva immaginare) nell’arco dei sette capitoli della saga.

È il caso di Neville, accudito teneramente dalla nonna e apparentemente incapace di sopravvivere ai pericoli di cui pullula Hogwarts. Avendo di fronte il Neville dei primi volumi, Marina Astrologo ha – legittimamente – pensato di cambiare il suo cognome da Longbottom a Paciock (quest’ultimo suggerisce l’aria da bonaccione tipica di Neville). Tuttavia:

Chi poteva sospettare l’evoluzione che il personaggio avrebbe avuto nei volumi successivi, giungendo al più puro eroismo? Il carattere dei personaggi del primo volume non era fissato per sempre. È come se Ciccio, l’assistente di Nonna Papera, finisse per vincere i cento metri piani alle Olimpiadi: il suo nome diventerebbe grottesco, no?

Stefano Bartezzaghi

Ecco spiegato perché nella nuova traduzione Neville torna a firmarsi Longbottom. Il termine, che, significando pressappoco “sederone”, non è certamente un cognome che rimanda all’eroismo, ma altrettanto certamente, almeno per i lettori italiani, suona meno derisorio di Paciock).

È lo stesso motivo per cui la McGranitt, ribattezzata così nella prima traduzione italiana, nella seconda edizione torna a chiamarsi McGonagall, come nell’originale. Il «roccioso adattamento» italiano voleva restituire ai lettori la sensazione di avere a che fare con una professoressa severa. Ma nel corso della saga si comprende che quella della McGranitt-McGonagall è una severità solo apparente. Il cognome McGranitt, pertanto, non rendeva giustizia a questo personaggio.


Incoerenze?

Non in tutti i casi, tuttavia, si è deciso di tornare al nome originale. Nella seconda edizione, Silente e Piton (in inglese Dumbledore e Snape) hanno conservato i cognomi definiti nella prima traduzione. Se nel caso di Piton la scelta ci pare ragionevole dal momento che col cognome Snape la Rowling voleva riecheggiare l’immagine del serpente, snake, l’accostamento italiano Piton-pitone risulta azzeccato. Per Silente la questione è piuttosto controversa. La Rowling dichiarò di aver scelto il cognome Dumbledore immaginando «un mago benevolo, sempre in movimento, che mormora continuamente tra sé e sé» (dumbledore è il nome, in inglese arcaico, del calabrone, bumblebee), tutt’altro che “silente”, insomma.

Eppure, la storia dimostrerà che proprio i silenzi di Albus hanno avuto un ruolo determinante, e anche negativo, nelle avventure di Harry Potter e nella lotta contro la Magia Oscura.

Stefano Bartezzaghi

Ci pare una giustificazione forzata, non in linea con le direzioni seguite per la seconda traduzione in altre situazioni. Tuttavia, quelle che solitamente indichiamo come contraddizioni e incoerenze sono molteplici, e sono legate al fatto che le strade imboccate dal comitato presieduto da Bartezzaghi sono state tre: mantenere le versioni della prima traduzione, ritornare al nome originale o adottare un nome del tutto nuovo.

Ci è parso subito chiaro che a priori nessuna delle tre strade era di per sé quella giusta. […] Toccava scegliere e abbiamo scelto, caso per caso. Ogni decisione è costata un buon numero di lambiccamenti, ragionamenti, consultazioni, approfondimenti […].

Stefano Bartezzaghi

Le cose sono andate in questo modo. Pertanto, di fronte alle parole di Bartezzaghi, crolla l’opinione secondo cui “Se l’hanno fatto per questo personaggio, avrebbero dovuto farlo anche per quest’altro”. Certo, sarebbe stato preferibile seguire una linea univoca, ma quanto sarebbe stato conveniente?

In generale, comunque, si può dire che l’obiettivo perseguito con la seconda traduzione sia stato duplice: mantenersi fedeli alle intenzioni originarie della Rowling, tentando, al contempo, di conservare, nei limiti delle possibilità offerte dal passaggio dall’inglese all’italiano, quei giochi e quegli artifici linguistici in cui lei ha espletato il suo genio creativo.


Pregi e difetti

Va sottolineato, comunque, che apprezzare la seconda traduzione non significa condividerla in toto. Oltre al caso di Silente (vedi sopra), alcune scelte operate dal gruppo di Bartezzaghi sono parse prive di criterio. La regola seguita nella tanto discussa trasformazione Tassorosso-Tassofrasso (giustificata con la tesi secondo cui nello stemma della Casata non figura il colore rosso) sarebbe dovuta essere contemplata anche per Corvonero (il cui stemma è a bande di colore blu e bronzo), per esempio.

Tuttavia, agli artefici della nuova traduzione va riconosciuto il merito di aver fatto chiarezza su diversi aspetti della saga che, essendo stati sottovalutati nella prima traduzione, hanno indotto confusione nelle menti di diversi fan di vecchia data. Grazie a Bartezzaghi e al suo comitato, i folletti sono tornati a essere goblin, i folletti della Cornovaglia sono tornati a chiamarsi Pixie e si è compreso che gli strani spiritelli erano Kelpie. Il generico “fantasma” della soffitta dei Weasley è giustamente tornato a essere un ghoul, il Platano Picchiatore (Whomping Willow) è stato correttamente ribattezzato Salice (Willow) Schiaffeggiante, e si è capito, inoltre, che il non meglio definito mostro del primo libro era in realtà un troll.

Probabilmente, il più grande contributo che la seconda traduzione ha dato alla comprensione delle vicende della saga ha riguardato la risistemazione della terminologia relativa ai Mezzosangue e ai Nati-Babbani.


A difesa dei traduttori

In definitiva, come per ogni cosa, va riconosciuto che la seconda traduzione di Harry Potter presenta diversi pregi e difetti. Condannarla a priori è sintomo di superficialità (ma anche, come già detto, sostenerla in tutto e per tutto).

Chi si scaglia contro di essa, nella maggior parte dei casi, lo fa spinto da una forza dell’abitudine che è intrisa di nostalgia. Certamente McGranitt ci suona più familiare rispetto a McGonagall (fondamentalmente a causa dei film, che seguono la prima traduzione), ma occorre ammettere che tale cognome non rende giustizia all’indole tutt’altro che severa della professoressa.

Al di là di questo, comunque, va ribadito che il difficilissimo lavoro dei traduttori non va sminuito. Essi si sono lanciati a capofitto in un’impresa tutt’altro che semplice, e il risultato – al di là di gusti personali, nostalgiche inclinazioni, abitudini e preferenze – è stato straordinario.


Vi aspettiamo nei commenti!

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