Siamo arrivati all’ultimo capitolo della rubrica sull’arte della fotografia applicata ai film di Harry Potter. Abbiamo visto come nei primi film l’atmosfera visiva lasciasse percepire principalmente spensieratezza, con qualche punta di tensione. Negli ultimi capitoli, invece, anche visivamente le immagini sono quasi respingenti, fredde, non accoglienti. Eccoci quindi all’ultimo capitolo della saga: come sarà stato gestito l’incontro finale tra bene e male?
Alla guida della fotografia degli ultimi due film della saga, I Doni della Morte parte I e parte II, troviamo Eduardo Serra. Portoghese d’origine, Serra è famoso per film come Unbreakable – Il predestinato (2000) e La ragazza con l’orecchino di perla (2003).
Come per i suoi precedessori, Serra è partito da ciò che Bruno Delbonnel aveva lasciato al termine di Harry Potter e il Principe Mezzosangue, declinando poi il suo lavoro in funzione dei cambiamenti di trama.
La differenza con i precedenti L’Ordine della Fenice e Il Principe Mezzosangue è che qui Serra è riuscito a bilanciare perfettamente i momenti più cupi con sprazzi di colore e speranza. Non si tratta mai di qualcosa di eccessivo: l’atmosfera è prevalentemente angosciante e fredda, ma quei pochi momenti di gioia servono appena a equilibrare una fotografia altrimenti oscura.
Dopotutto in ogni film di Harry Potter la costante è sempre stata avere dei momenti di gioia nonostante ciò che c’è intorno.
Bilanciamento di colori caldi e freddi (per scandire le diverse fasi di vita dei personaggi)
I Doni della Morte parte I inizia con i tre protagonisti che singolarmente si interfacciano con ciò che è appena successo alle loro vite o con ciò che sta per succedere.
Hermione, in un elegante quartiere cittadino, saluta i suoi genitori modificando loro i ricordi e sparendo dalla loro vita. Le tinte della casa sono grigie, cupe, con poco contrasto. Una volta uscita di casa, è immersa nel grigio dell’asfalto contro cui non può nulla il verde degli alberi o del prato tagliato finemente.

Harry, dal lato suo, saluta per sempre la casa dove è cresciuto a Privet Drive, nonché i suoi zii e suo cugino Dudley. Una luce calda e flebile arriva dal sottoscala dove Harry ha vissuto per buona parte della sua vita, dove dà un ultimo sguardo ai suoi giocattoli.
Improvvisamente l’atmosfera cupa viene interrotta dai suoi amici e da tutti coloro che sono interessati a portarlo via di lì salvo. Poco dopo, ancora il buio. Una volta usciti dalla casa di Privet Drive inizia una battaglia tra i Mangiamorte e i membri dell’Ordine della Fenice.
Anche il matrimonio di Bill e Fleur, dove tutto sembrava essere per un attimo dimenticato e il clima tutt’altro che oscuro, ripiomba improvvisamente nel terrore con un attacco dei Mangiamorte.

Questa alternanza va avanti fino alla fine del film. Un po’ probabilmente per non appesantire eccessivamente l’atmosfera, un po’ per ricordarci, come abbiamo detto prima, che in generale nei film di Harry Potter si tende sempre a ritornare a qualche istante di leggerezza, che sia la cena natalizia dopo l’attacco ad Arthur Weasley, un paio di battute prima della fuga dei 7 Potter o il matrimonio in un periodo di guerra.
Un’illuminazione motivata
L’illuminazione ne I Doni della Morte è sempre motivata, mai fantasiosa o con una fonte invisibile. Che sia una candela, una lampada o la luce della finestra, il tutto serve a mantenerci sempre con i piedi per terra. Non c’è quasi mai un’illuminazione ausiliaria da set che serva a illuminare di più l’ambiente, ma anzi tutto si mantiene nella penombra più assoluta.
Serra e Yates girano molte scene in esterni reali, sfruttando la luce diffusa e la foschia britannica per dare un tono raw, realistico. Non c’è mai una luce “da studio”: sembra che il mondo stesso sia rimasto senza energia, rispecchiando la decadenza del mondo magico sotto Voldemort.

Inquadrature rapide e veloci per scandire la corsa alla sopravvivenza e il viaggio…
Già dalla locandina ci rendiamo conto che I Doni della Morte parte I sarà un film tutt’altro che di contemplazione. I personaggi sono presi di sfuggita nel corso di fughe e inseguimenti ed è effettivamente così che va un po’ tutto il film.
Inizia tutto con una fuga, quella dei 7 Potter. Prosegue con la fuga dal matrimonio e poi dal Ministero di Harry, Ron e Hermione. Nelle ultime scene i tre scappano nuovamente dai Ghermidori dopo essere stati a casa Lovegood.
I personaggi passano di conseguenza dalla luce all’ombra senza troppa cura e senza pretendere che siano nella giusta illuminazione, non è fondamentale. Soprattutto, Yates e Serra sfruttano tanto l’illuminazione naturale nelle scene all’aperto, dove ogni punto è colpito in modo diverso da una luce che, potenzialmente, può cambiare da un momento all’altro.

…E inquadrature statiche ed epiche per focalizzarsi sui singoli personaggi
I Doni della Morte parte II ha una differenza sostanziale con il suo film gemello: la fermezza delle inquadrature. Se I Doni della Morte parte I ha, come abbiamo appena visto, un ritmo dinamico e veloce, la parte II sembra invece ricercare di più le pause per soffermarsi sui singoli personaggi.
Nella Gringott il punto di vista è fisso su Hermione/Bellatrix, quasi a voler lasciare che lo spettatore stesso si immerga nella prospettiva di Hermione, che fa di tutto per interpretare al meglio il suo ruolo. A Hogwarts il dialogo tra Harry e Piton e successivamente il duello tra quest’ultimo e la McGranitt lasciano che le inquadrature si focalizzino sui protagonisti della scena.

Ma un esempio ancora più calzante lo abbiamo nell’ultimo e decisivo duello tra Harry e Voldemort nel cortile della scuola. Si alternano delle sequenze fisse sui due protagonisti, tutta un’altra cosa rispetto agli inseguimenti e ai continui cambi di prospettiva della parte I.
Serra conferisce così a entrambi una certa epicità. Sono circondati esclusivamente dalle macerie e dai colori dei due incantesimi, il rosso e il verde. Non ci sono distrazioni, non ci sono spettatori, grazie a questa fotografia c’è l’isolamento più totale.

Si conclude così la nostra analisi della fotografia dei film di Harry Potter. E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con le nostre interpretazioni o avete letto i film diversamente?





