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Cosa ci racconta la fotografia di Harry Potter – Parte IV

30 Gennaio 2026 eric-bard 5 min read

Cosa ci racconta la fotografia di Harry Potter – Parte IV

30 Gennaio 2026 Mikasa 5 min read

Come per i tre film precedenti, eccoci qui per analizzare la fotografia del quarto capitolo della saga: Harry Potter e il Calice di Fuoco, diretto da Mike Newell. Qui l’atmosfera cambia, è evidentemente più cupa dai primi minuti ed è subito chiaro che il male sta per tornare. Vediamo come, visivamente parlando, il regista e il direttore della fotografia Roger Pratt hanno saputo dar vita a questo cambio di narrazione.

A chi ha avuto modo di leggere anche gli articoli precedenti, Roger Pratt non suonerà nuovo come nome. È infatti stato il direttore della fotografia di Harry Potter e la Camera dei Segreti, al fianco del regista Chris Columbus.

Non sembra un caso che Newell abbia deciso di affidarsi proprio a lui, avendo avuto già familiarità con una certa “oscurità” che campeggia all’interno de La Camera dei Segreti.

Vediamo quindi come la fotografia, anche in questo caso, riesca a trasportare gli spettatori in maniera più o meno esplicita all’interno di una narrazione totalmente nuova, connettendosi perfettamente con le scelte registiche.

Tonalità più scure e alternanza tra colori freddi e caldi

Notiamo da subito un’evidente differenza tra l’apertura di Harry Potter e il Calice di Fuoco e quella del suo predecessore, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban. Se quest’ultimo si apre con una scena intima e in un ambiente sicuro (per quanto sicura possiamo considerare casa Dursley), dove Harry è intento a imparare l’incantesimo Lumos sotto le coperte, Il Calice di Fuoco è tutt’altro.

Un serpente ci guida all’interno di un cimitero fino ad arrivare alla casa del suo guardiano, che attratto da un’insolita luce in una casa abbandonata (classico di un film horror) decide di andare a controllare. E già qui possiamo immaginare come andrà a finire.

I toni freddi e cupi sono brutalmente interrotti da un cambio di scena: si tratta di un sogno di Harry, illuminato dalla calda luce di una candela all’interno della Tana. L’atmosfera è casalinga, accogliente, come la solita casa Weasley.

Tuttavia, varcata la soglia c’è di nuovo un brusco cambio di palette. Il bosco che circonda la casa e quello in cui si avventurano le famiglia Weasley e Diggory appare scuro, glaciale. Almeno, fino al momento in cui scorgiamo la Passaporta e giungiamo alla Coppa del Mondo di Quidditch.

Qui viviamo qualche minuto di spensieratezza, prima di piombare nuovamente nel caos e nel dramma. I Mangiamorte infatti attaccano il villaggio e, dopo essere stato colpito e aver perso conoscenza, Harry si risveglia in un luogo distrutto e desolato, tra le macerie. L’atmosfera è avvolta da fumo e una fitta nebbia, per poi essere spezzata dal prorompente verde del Marchio Nero che Barty Crouch Jr fa apparire nel cielo.

I repentini cambi di colorazione non saranno un’eccezione all’interno del film e andranno avanti fino alla fine.

Non possiamo infatti fare a meno di notare la differenza tra alcune scene di inizio e fine del film.

Ci troviamo all’esterno di Hogwarts dove gli studenti attendono l’arrivo delle scuole di Durmstrang e Beauxbatons. Al contrario degli interni, le zone fuori dalle mura di Hogwarts appaiono ancora una volta fredde, con una dominanza di blu.

Qui, in una scena analoga che segna la partenza degli studenti stranieri, i colori sono caldi, come una sorta di tregua. Ormai il male è tornato, ma per un attimo possiamo prenderci una tregua e affrontare le perdite che ci sono state.

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Movimenti di macchina dinamici e inquadrature strette

Avevamo già visto un accenno di questi movimenti più dinamici e soggettivi in Harry Potter e la Camera dei Segreti (e infatti la mano di Roger Pratt si vede). Ricordate quando Harry – sentendo la voce di Voldemort – percorre correndo i corridoi di Hogwarts lungo la parete?

Non è usuale vedere questo tipo di movimenti nei film di Harry Potter, che tuttavia in questo caso e in quelli che vedremo tra poco risultano molto efficaci.

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Harry Potter e il Calice di Fuoco fa un uso di un gran numero di carrellate veloci e di soggettive, soprattutto nelle scene del Torneo Tremaghi, non tanto nella prima prova quanto nella terza.

Se nel Lago Nero avevamo avuto modo di vedere qualche soggettiva (principalmente fondali marini mentre i protagonisti nuotano e si orientano all’interno dell’ambiente), nelle scene nel Labirinto la cosa è molto più accentuata.

Sin dal momento in cui il Labirinto si chiude e l’inquadratura si sovrappone al punto di vista di Harry, che vede man mano la figura di Moody scomparire, l’intera sequenza di scene appare molto intima per ciascuno dei quattro partecipanti.

Dopo una breve panoramica ampia di tutto il Labirinto, che non ci aiuta assolutamente a perdere il senso di claustrofobia, anzi, la regia torna a concentrarsi sui singoli partecipanti.

Prediligendo dei primi piani e degli angoli di ripresa molto stretti, complice anche l’ambiente con grandi siepi ingombranti, lo spazio di visibilità dello spettatore è ridotto. Cosa ci sarà poco più avanti o dietro di loro? La regia tiene così un’attenzione altissima nello spettatore, trasmettendo lo stesso senso di chiusura e ansia.

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In più, l’utilizzo di controcampi molto rapidi non fa che acuire il senso di paranoia di ognuno di loro. Un primo piano stretto si alterna a un corridoio buio dove – apparentemente – non c’è nulla. Il pericolo, quindi, potrebbe arrivare da qualunque direzione.


Primi piani ricorrenti e focus sui singoli personaggi

In generale, come abbiamo già notato nel punto precedente, il film tende a focalizzarsi spesso sui singoli personaggi e sulla loro psiche.

Non è un caso che qui si acuisca particolarmente la dimensione onirica di Harry, poi approfondita e divenuta chiave nel quinto film, L’Ordine della Fenice. I primi piani sul suo personaggio nel momento del sogno sono ricorrenti, così come i momenti in cui si ritrova da solo a riflettere.

La profondità di campo ridotta fa da ausilio in queste situazioni in cui tutta l’attenzione è concentrata su un singolo personaggio. Ne sono un esempio la scena all’interno del bagno dei Prefetti, dove Harry si ritrova a valutare il da farsi con l’Uovo, o il momento in cui chiede a Cho di andare al ballo insieme.

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In generale, possiamo dire che questo film, a differenza dei precedenti, prediliga un focus sui personaggi presi singolarmente e non in quanto gruppo. Scopriamo molto di più sulla natura fragile di Ron, che si sente costantemente nell’ombra del suo amico. Indaghiamo più a fondo l’oscurità che tormenta Harry e i suoi normalissimi dilemmi legati alle amicizie e agli amori. Insomma, finalmente facciamo la conoscenza di qualcosa che va oltre i loro canonici “ruoli”. E la fotografia svolge un ruolo chiave in questo.


La fotografia è un ausiliare fondamentale per capire qualcosa in più su un film e, soprattutto, per guidare lo spettatore verso la direzione che il regista intende intraprendere. Nel prossimo articolo vedremo come ciò si è sviluppato in Harry Potter e l’Ordine della Fenice.

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Mikasa
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