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Che ruolo ha la fotografia in Harry Potter?

15 Maggio 2026 eric-bard 4 min read

Che ruolo ha la fotografia in Harry Potter?

15 Maggio 2026 Mikasa 4 min read

La fotografia è da sempre un mezzo utilizzato per tramandare le memorie di una o più persone alle generazioni a venire o, molto più semplicemente, uno strumento che tiene traccia di un momento per noi indimenticabile. All’interno della saga di Harry Potter abbiamo visto spesso album fotografici o foto di famiglia e di amici che ci hanno inevitabilmente toccato… ma che ruolo ha avuto la fotografia nel corso della saga?

Di saggi e testi sulla fotografia ne sono stati scritti tanti nel corso del tempo da parte di studiosi o amatori. Ed è sempre stato così, sin da quando essa ha mosso i suoi primi passi e ha fatto l’impossibile: catturare e conservare un momento prelevato direttamente dalla realtà.

Oggi ci sembra tutto normalissimo, ma un tempo non lo era, e ciò che adesso diamo per scontato o non ci suscita più tante domande affonda in realtà radici in quesiti e studi su cui i pensatori degli ultimi secoli hanno indagato e su cui i contemporanei continuano a interrogarsi.

La foto vudù: come un’immagine può influenzare il reale e viceversa

Ricorderemo tutti la scena straziante del film Harry Potter e i Doni della Morte pt. 1 in cui Hermione, poco prima di abbandonare la sua casa, modifica i ricordi dei genitori per cancellare la sua presenza in modo da tenerli al sicuro. Una volta pronunciato l’incantesimo Oblivion, la scena si stacca dalle figure di Hermione e dei suoi genitori e si concentra su un gruppo di fotografie di famiglia minuziosamente ordinate e incorniciate.

Quelle immagini ritraevano la vita della famiglia Granger e, di conseguenza, quella di Hermione dal momento della sua nascita fino all’età adulta. Appena i ricordi dei suoi genitori vengono modificati, Hermione sparisce dalle immagini lasciando un vuoto.

Nel 2018 Joan Fontcuberta, fotografo e studioso spagnolo, pubblica La furia delle immagini. All’interno del saggio, Fontcuberta porta all’attenzione del lettore un concetto importante: la fotografia è in grado di influenzare la realtà e viceversa. Non c’è un rapporto unilaterale tra il mondo e le immagini, dove il primo determina le seconde, ma è uno scambio. In quel momento, Hermione non solo sparisce dai ricordi dei suoi genitori, ma sparisce anche dalle immagini. È come se queste ultime fossero un modo ulteriore per cancellarsi dalla realtà.

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Andando avanti nella sua tesi, Fontcuberta dice che le fotografie hanno la stessa natura delle bamboline vudù, oggetti folcroristici legati allo spirito della persona di cui prendono le sembianze. Maggiore è la somiglianza, maggiore è l’efficacia di questi oggetti (quindi la fotografia di qualcuno è una bambolina super efficace).

Un’azione fatta sull’oggetto (bambolina o foto) ha immediatamente effetti anche sulla persona reale. Seguendo questo ragionamento, dunque, Hermione – eliminandosi anche dalla realtà fotografica – ha compiuto un’azione sulla sua versione “in carne e ossa”.

J.K. Rowling nella versione scritta e David Yates in quella cinematografica hanno ritenuto necessario mostrare che al modificarsi della realtà anche le immagini cambiano. Il cambiamento di queste ultime non fa altro che confermare e dare manforte al processo. È come se le immagini stesse influissero sulla realtà: non sei nella foto, allora non esisti.

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Uscire dalla fotografia: le foto “vive” di Harry Potter e il timore delle prime immagini

Immaginate di vivere nell’Ottocento. Immaginate ora che le immagini più reali e attinenti con la realtà che avete visto nella vostra vita siano i dipinti, disegni e grafiche di artisti talentuosissimi. Adesso immaginate che un giorno qualcuno inventi un mezzo per riprodurre esattamente, al millimetro, la realtà. E poi, come se non bastasse, questa traccia di realtà rimane ferma e congelata apparentemente per sempre.

Walter Benjamin, filosofo tedesco, in Piccola Storia della Fotografia (1931) racconta qualche aneddoto risalente ai primi anni di vita della fotografia. Tralasciando l’impatto che essa ha avuto sul mondo dell’arte, su cui Benjamin si sofferma altrettanto bene, il filosofo fa una lunga parentesi su quanto le persone fossero sconvolte dalla possibilità di immortalare perfettamente su un supporto bidimensionale l’immagine di qualcosa o qualcuno.

Benjamin racconta proprio di come, alla vista dei primi ritratti, le persone fossero spaventate e intimorite, credendo di ritrovarsi davanti la persona in carne e ossa per quanto le foto fossero – ovviamente – realistiche. Oggi una reazione del genere ci sembra fuori dal mondo. Siamo abituati a vivere con le fotografie, ma se contestualizzata nel momento storico assume perfettamente senso.

In Harry Potter, se ci facciamo caso, tutte le fotografie magiche sono animate e i soggetti raffigurati al loro interno sembrano effettivamente vivi. Addirittura, poi, gli iperrealisti dipinti di personaggi storici o ex professori sono effettivamente “vivi”, al punto da intrattenere delle vere e proprie conversazioni con chi passa davanti a loro. E come se non bastasse, queste raffigurazioni si muovono anche.

Se siamo perfettamente consci del fatto che abbiamo davanti una fotografia, perché la somiglianza estrema ci spaventa tanto? Che potere hanno le immagini in questo senso? Ora, non sappiamo se J.K. Rowling si sia rifatta effettivamente a ciò che racconta Benjamin nei suoi scritti. E certamente oggi non ci crea lo stesso senso di stupore vedere la foto di qualcuno; tutt’altro, è perfettamente normale.

Però potremmo traslare quella sensazione sulle fotografie animate che la scrittrice ci propone: saremmo così impassibili a una fotografia viva? Noi probabilmente no, nel mondo magico invece è la cosa più normale del mondo.

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Oggi ci approcciamo alla fotografia come qualcosa di perfettamente normale, ed effettivamente lo è. Tuttavia, è decisamente interessante prendere tutto ciò che compone questa pratica e pensarlo contestualizzato in una visione più analitica o storica.

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