Siamo giunti all’analisi del terzo capitolo della saga, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, diretto da Alfonso Cuarón e con la fotografia di Michael Seresin. Visivamente uno dei film più acclamati dal pubblico e dalla critica, dove tutta la creatività di Cuarón è venuta fuori regalandoci una prospettiva di Hogwarts senza precedenti.
Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban è diverso dagli altri film della saga e lo si nota immediatamente, a primo sguardo. Oltre a una differenza dal punto di vista della trama, in quanto è il primo e unico anno in cui Harry non si ritrova ad affrontare un nemico, ma piuttosto a mettere insieme pezzi del suo passato, si tratta di un film che ha dato enorme spazio all’aspetto visivo e alla fotografia.
Ciò ha contribuito ad aiutare lo spettatore a immedesimarsi meglio nei personaggi con l’aiuto di escamotage visivi, donandogli allo stesso tempo una prospettiva tutta nuova su Hogwarts e maggiore consapevolezza degli spazi.
Per la realizzazione del film Alfonso Cuarón ha lavorato assieme al direttore della fotografia Michael Seresin, creando un prodotto visivamente accattivante e di enorme bellezza. Ecco secondo noi quali sono gli aspetti chiave della fotografia di questo film.
Le premesse di Alfonso Cuarón e l’intesa con Michael Seresin
Cuarón racconta di come la libertà donatagli da J.K. Rowling gli abbia consentito di spaziare e di dare sfogo a tutta la sua creatività. Principalmente, il suo scopo era utilizzare questo film per lasciare che i fan si immedesimassero il più possibile in Harry, seguendolo nel suo processo di apprendimento e realizzazione di ciò che lo circonda.
Contemporaneamente, per lui era fondamentale dare una collocazione geografica a Hogwarts, dando dei riferimenti sulla sua superficie, sui suoi dintorni. E, chiaramente, sulla sua struttura. La mappa del malandrino stessa altro non è che un modo per dare l’idea degli spazi della scuola.

Non è un caso se tra una scena e l’altra vi siano delle pause visive fatte di “cammini” attraverso i corridoi, i cortili o i campi intorno a Hogwarts. È una fotografia di contemplazione e di esplorazione.
«Non posso fare nulla se non ho la libertà di fare quello che faccio. Volevo allungare le cose. Aprire l’universo. Sentire che Hogwarts è ambientata in un luogo geografico, dove puoi avere la natura attorno al tuo universo e rendere il tuo universo tutt’uno con quella natura. E creare una logica geografica per Hogwarts. Sai, la Sala Grande è qui, e poi le scale sono accanto alla Sala Grande, e se prendi le scale vai alle camere da letto… se vai alla Torre dell’Orologio l’ospedale è a un corridoio di distanza, e riesci a vedere il cortile, e da lì vedi il ponte… e sotto c’è la capanna di Hagrid, e il Platano Picchiatore dall’altra parte, poi la foresta…»
Inoltre, l’idea di Cuarón – in accordo con Seresin – era creare un film “dark”, in un certo senso. Come racconta Seresin stesso:
Sia io sia lui gravitiamo verso il lato dark, in qualche modo […] nel buio e nelle ombre coinvolgi il pubblico. Non possono sempre vedere tutto e la loro immaginazione prende vita, interpretano le cose spesso in modo molto diverso. Mi piace.

Il ruolo della luce
Nell’articolo precedente abbiamo parlato di come la luce sia simbolicamente associata al bene. Eterna nemica dell’oscurità e dunque della malvagità. Ed è proprio così che si apre il film, con un’inquadratura che si avvicina sempre di più fino ad attraversare la finestra della camera di Harry dove il giovane mago si esercita sotto le lenzuola con l’incantesimo Lumos.
Sembrerebbe una semplice sequenza di apertura, che tuttavia dà il La al film per partire, lasciando che i titoli di testa appaiano solo dopo la riuscita dell’incantesimo e dunque dopo la massima potenza di luce che Harry è stato in grado di produrre.

Questo è solo il primo esempio di come la luce sia l’elemento portante dell’intero film, che aiuta Harry e le persone accanto a lui a sfuggire all’oscurità e ai nemici che dall’inizio del film fanno capolino nella loro vita.
È poco dopo l’inizio del film, sull’Espresso per Hogwarts, che Harry, Ron e Hermione incontrano i Dissennatori, che facendo irruzione sul treno attaccano i tre studenti, prontamente protetti dal professor Remus Lupin. L’incantesimo utilizzato da quest’ultimo è l’Incanto Patronus, ricorrente per tutto il corso del film.
L’Incanto Patronus consente al mago che lo evoca di sprigionare una gran quantità di luce che prende la forma del proprio animale interiore, un Patronus appunto. Si tratta di un’incantesimo estremamente difficile, possibile solo se il mago è in grado di focalizzarsi su un proprio ricordo felice.

La transizione tra luce e oscurità segna inevitabilmente il passaggio da una colorata saga per bambini o giovanissimi a un film diretto a un interlocutore adulto, che inizia ad affacciarsi anche al “buio”.
Ma la vera innovazione di Cuarón è certamente stata personificare la luce e l’oscurità, dandogli una forma. Per la prima, ovviamente i Patronus, mentre per la seconda i Dissennatori. Se la luce si anima e irradia l’ambiente circostante, i Dissennatori hanno una palette di pura oscurità, con un aspetto cadente e si palesano sempre in scenari di pioggia, aridi, in oscure foreste o nei corridoi bui del treno.

Il ruolo delle soggettive
Abbiamo accennato all’inizio quanto fosse importante per Cuarón lasciare che lo spettatore si immedesimasse nei personaggi, grazie soprattutto all’uso di escamotage visivi. Avrete infatti notato che, a differenza degli altri film della saga, all’interno de Il Prigioniero di Azkaban è presente un gran numero di inquadrature soggettive.
Nell’ambito cinematografico, una soggettiva è un’inquadratura che lascia corrispondere il campo visivo della macchina da presa con quello di un personaggio. È come se i suoi occhi fossero i nostri. Il grande pro di questa scelta visiva è lasciare che lo spettatore si immedesimi nella scena il più possibile, aumentando notevolmente il suo coinvolgimento. Quando ne abbiamo viste ne Il Prigioniero di Azkaban?
Iniziamo da un esempio particolare, quello della partita di Quidditch tra Tassorosso e Grifondoro. Dopo aver visto Cedric Diggory friggersi davanti ai suoi occhi, Harry si avventura alla ricerca del Boccino d’Oro. Ed è lì che viene raggiunto da un gruppo di Dissennatori.

Dopo aver perso conoscenza ed essere caduto dalla scopa, vediamo la sua sagoma cadere in picchiata verso il campo. L’inquadratura si chiude con una soggettiva di Silente, che blocca la sua caduta con l’Arresto Momentum. La scena si chiude poco a poco con una grande vignettatura che parte dal bordo fino a oscurare tutto. Una visione simile a quella che avremmo se chiudessimo poco a poco gli occhi o se ci addormentassimo.
Un altro gioco di Cuarón è stato sfocare l’intera inquadratura nel momento in cui Harry perde gli occhiali durante la scena del Platano Picchiatore insieme a Hermione. Quanto è fastidioso vedere sfocato senza occhiali? Molto, figuriamoci se nel frattempo c’è un albero che sta cercando di farci a polpette.

Non ci sono dubbi: Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban è un capolavoro, che probabilmente avrebbe meritato molto più credito di quello ottenuto. Non ringrazieremo mai abbastanza Alfonso Cuarón e Michael Seresin per averci regalato un prodotto così particolare e accattivante. E se volete la nostra analisi della fotografia de Il Calice di Fuoco, cliccate qui.





