Quando si parla di un buon film, di un prodotto cinematografico ben riuscito, non si può sorvolare sull’importanza che ricopre il ruolo di direttore della fotografia. Nel corso della saga di Harry Potter si sono susseguiti diversi nomi, che hanno saputo dialogare sempre in modo magistrale con la visione dei registi e dei produttori. Vediamo in questa serie di articoli cosa i DoP (Directors of Photography) hanno saputo raccontarci.
Così come un’ampia rosa di registi, la saga di Harry Potter ha avuto il privilegio di vedersi susseguire diversi direttori della fotografia.
Ad affiancare Chris Columbus ne La Pietra Filosofale e La Camera dei Segreti sono stati rispettivamente John Seale e Roger Pratt. Quest’ultimo ha ripreso il suo ruolo anche nel quarto capitolo, Il Calice di Fuoco, mentre per Il Prigioniero di Azkaban Cuarón decise di affidarsi a Michael Seresin. Per Il Principe Mezzosangue abbiamo invece Sławomir Idziak, mentre a concludere il tutto, per I Doni della Morte parte I e parte II, troviamo Eduardo Serra.
Sembra incredibile che personalità diverse, con linguaggi tra loro eterogenei ed estremamente personali siano alla fine riusciti a creare, con la complicità dei registi, una saga scorrevole e omogenea.
Non solo: ogni DoP è stato in grado di raccontarci, anche attraverso semplici inquadrature, il fulcro del film e dell’atmosfera che quest’ultimo emanava.
Vediamo, attraverso i film, quando i direttori della fotografia sono stati in grado di stupirci e catalizzare in un singolo frame l’essenza di un intero film o quasi. Talvolta sottintendendo sfumature della trama e dei personaggi.
Harry Potter e la Pietra Filosofale – John Seale
Per Harry Potter e la Pietra Filosofale, Chris Columbus decise di affidarsi al DoP John Seale. Quest’ultimo ha curato la fotografia di film iconici, talvolta veri e propri capolavori, come L’attimo fuggente (1989), Il Paziente Inglese (1996), per cui vince anche un Oscar, e Il talento di Mr. Ripley (1999). Due anni dopo quest’ultimo, nel 2001, Seale viene chiamato a rapporto per dirigere la fotografia del primo film della saga di Harry Potter: La Pietra Filosofale.

Visto il suo curriculum a dir poco stellare, non dovremmo sorprenderci se la produzione di Harry Potter abbia deciso di mettere nelle sue mani la riuscita di ciò che prima di tutto salta all’occhio in un film: la fotografia.
Di fatti, Seale non ha assolutamente deluso le aspettative, proponendoci sin dai primi istanti una fotografia accattivante. In più, a un secondo sguardo è possibile notare dei sotto-livelli nella sua narrazione visiva, capaci di essere esaustivi sui personaggi e i loro ruoli. Vediamo qualche esempio.
Luci e ombre dei personaggi
Partiamo da questo fotogramma che mostra due personaggi chiave del primo film: il Professor Quirinius Raptor e il Professor Severus Piton. Siamo attorno alla metà della pellicola, quando i due vengono sorpresi da Gazza (e da Harry sotto il mantello dell’invisibilità) durante una discussione.

Vediamo in questo caso il professor Raptor in una veste diversa rispetto a quella a cui siamo stati abituati fino a quel momento: divertente a suo modo, a tratti con atteggiamenti ridicoli; insomma, un po’ la quota comica del film. Qui invece tutto cambia: l’illuminazione in penombra lascia intuire che si cela qualcosa di ambivalente nella sua figura.
Così come Piton (che però ce l’ha dimostrato fin da subito) anche Raptor ha qualcosa da nascondere. Riflettiamo proprio sull’illuminazione della scena, ambientata di notte e non di giorno, nell’oscurità e non in una zona illuminata. La lanterna di Gazza, proveniente dal basso, crea un forte chiaroscuro sui volti dei due personaggi, che appaiono più scostanti, misteriosi. C’è qualcosa che ci sfugge e che ancora non conosciamo.

Guardate la differenza tra la scena appena osservata e la prima in cui facciamo la conoscenza del professor Raptor, che vedete qui sopra.
Certo, anche qui l’illuminazione risulta scarsa, ma qui un’atmosfera calorosa, con una palette cromatica improntata sui toni dell’arancione. Nella scena con Piton, invece, la luce calda dell’interno si incontra con quella dell’esterno, fredda, lunare. Due opposti, due “personalità” che si scontrano.

Lo specchio e il ricorrente tema del doppio
Questo dualismo possiamo riscontrarlo anche negli ultimi minuti del film, durante il “duello” finale tra Harry e il professor Raptor, ormai venuto allo scoperto come la causa di tutto ciò che il giovane Grifondoro aveva imputato a Piton durante l’anno.
Il loro dialogo e il seguente scontro si svolgono alla fine del pericoloso percorso che conduce alla Pietra Filosofale. Una volta superato il cane a tre teste Fuffi e la scacchiera magica, Harry giunge in una stanza dove ad attenderlo c’è Raptor, davanti allo Specchio delle Brame.

Ed è proprio l’elemento dello specchio a essere fondamentale in questo frangente. Nella cultura popolare, esso è sempre stato un elemento in grado di stimolare le menti di pensatori, artisti, letterati. Una dimensione altra potenzialmente riconducibile a un nuovo mondo. Proprio lo Specchio delle Brame ci viene presentato come l’oggetto in grado di rivelare i nostri desideri più profondi.
Sebbene l’uomo sia in grado di riconoscere la propria immagine nello specchio, questo comunque lo porta a interfacciarsi con un altro sé. Harry vede se stesso al fianco dei genitori, mentre Ron si vede con in mano la Coppa del Quidditch, nonché capitano della squadra. Nella dimensione di Harry Potter, lo specchio assume un ruolo attivo, in grado di creare una nuova realtà alternativa.

Ma al di là di questo, lo specchio può simboleggiare semplicemente un doppio, un dualismo – come abbiamo visto prima attraverso le luci -, una realtà sconosciuta e alternativa. Raptor parla spesso guardando il suo riflesso nello specchio, l’altro sé. Un Raptor che fino a quel momento non avevamo conosciuto, che cela un inquietante segreto nascosto dietro il suo capo.
Non ci vorrà molto infatti prima che il Professore riveli cosa si cela sotto il suo inseparabile turbante: Lord Voldemort (o ciò che ne rimane), che vive come un parassita nel corpo di Raptor, un ricorrente doppio. Mentre quest’ultimo è voltato verso Harry, Voldemort si rivolge al giovane mago guardandolo attraverso la superficie riflessa dello specchio, come se appartenesse a quella dimensione.

Non c’è che dire: è impossibile non rimanere incantati dinanzi all’attenzione e ai dettagli che si celano all’interno di un film. Pochi elementi, spesso nascosti o perfettamente mimetizzati, messi insieme creano un quadro coerente che va oltre il puro senso estetico di un film. Questo era ciò che ci ha colpito di Harry Potter e la Pietra Filosofale. Se siete curiosi, qui potete trovare la nostra analisi de La Camera dei Segreti.





